Il Senegal del 2026 non è più il “buon allievo” della Françafrique. Con la recente firma della legge che inasprisce le pene per l’omosessualità fino a dieci anni di reclusione (ne abbiamo parlato qui), il Presidente Bassirou Diomaye Faye ha inviato un segnale che trascende la sfera dei diritti civili: è una dichiarazione di indipendenza morale dai canoni liberal-democratici dell’Occidente. Questa mossa, letta insieme alla revisione drastica dei contratti minerari e petroliferi, delinea un quadro di rottura totale con il passato. Il governo di Dakar ha infatti avviato una sistematica riappropriazione delle risorse naturali, congelando licenze e imponendo rinegoziazioni forzate a giganti industriali che per decenni hanno operato in regime di quasi-monopolio. Non è una semplice cacciata dello straniero, ma una transizione muscolare verso una sovranità economica che mette al centro l’interesse nazionale rispetto ai dividendi delle élite finanziarie parigine o londinesi.
Il pilastro identitario di questa “nuova era” poggia sulla remigrazione della diaspora. Attraverso il piano Senegal 2050, lo Stato non si limita a chiedere rimesse economiche ai propri figli all’estero, ma offre incentivi fiscali e terreni per trasformarli in “soldati dello sviluppo”. L’obiettivo è chiaro: sostituire le consulenze esterne e il capitale straniero con le competenze e i risparmi di chi ha vissuto in Occidente e ora sceglie di tornare per costruire una nazione autosufficiente. È un richiamo alle radici che suona come una sfida al cosmopolitismo apolide delle grandi metropoli europee.
La Nazione Proletaria
Esiste un’analogia potente, quasi spengleriana, tra il Senegal odierno e l’Italia dei primi anni Venti. In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a quella che Enrico Corradini definiva una “nazione proletaria”: un popolo giovane, vitale e demograficamente prorompente che si scaglia contro l’ingordigia delle “nazioni plutocratiche”. Il parallelo si fa ancora più stringente se guardiamo all’età dei protagonisti. Come il fascismo delle origini fu una rivoluzione generazionale guidata da trentenni e quarantenni reduci dalle trincee, così la leadership di Faye e Sonko rappresenta una rottura anagrafica senza precedenti.
Mentre l’Occidente liberale affoga in una “ricchezza in affitto” e in un inverno demografico che ne sta spegnendo la volontà, il Senegal oppone la forza bruta e bellissima della sua giovinezza. Se l’Italia degli anni ’20 cercava il suo “posto al sole” per colmare una cronica carenza di materie prime, il Senegal moderno quel sole lo possiede già sotto forma di gas, oro e terra. Questa spinta vitale, che ricorda il dinamismo dei regimi nazional-sociali del secolo scorso, agisce come un catalizzatore contro un ordine mondiale percepito come vecchio, ipocrita e in declino. Il Cesarismo africano che si affaccia all’orizzonte non è un caso isolato, ma il sintomo di una storia che ricomincia a correre laddove il sangue è ancora caldo e il futuro non è un abbonamento mensile, ma una conquista da strappare con i denti.
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