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Della Biennale, della russofobia e degli intellettuali dissidenti

de Felip Antonio di de Felip Antonio
03/04/2026
in Costume, Cronaca, Cultura, Politica
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Della Biennale, della russofobia e degli intellettuali dissidenti
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Riassumiamo i fatti. Qualche tempo fa il governo soi-disant di centro-destra, ad opera della componente presunta di destra, Fratelli d’Italia, ha nominato Pietrangelo Buttafuoco Presidente della Biennale di Venezia. Si è trattato di uno dei pochissimi atti di contrasto, da parte del governo, alla feroce e censoria egemonia culturale della sinistra, che tutto occupa e tutto domina: scuola, università, ricerca, televisioni, radio, quotidiani, case editrici, premi letterari, mostre librarie, eventi culturali, cinema, rassegne cinematografiche.

Un governo che, a parte rarissimi casi, come quello citato, appare completamente inconsapevole e comunque indifferente a questa inscalfibile cappa che pesa sulla nostra cultura. D’altronde il livello intellettuale della destra politica attuale è, si sa, quello che è.

Nuovo capitolo della battaglia culturale contro l’egemonia della sinistra (che FDI sta perdendo)

Tra l’altro, l’incapacità della destra, e parliamo soprattutto di Fratelli d’Italia, di comprendere e contrastare l’egemonia culturale della sinistra, nonostante di questa se ne parli da decenni, è anche una delle cause, e non la meno importante, della sconfitta al referendum sulla giustizia.

Pietrangelo Buttafuoco, da giovane militante del Fronte della Gioventù, è sicuramente un intellettuale di indubbio spessore culturale. Non ha mai rinnegato l’essersi definito “fascista” in passato, ama vantarsi di una sicilianità arcaica che rende il suo pensiero sofisticato e la sua prosa barocca.

Non si sa se per vezzo o altro, lascia giocosamente circolare la voce di una sua conversione all’Islam, come René Guénon.

Già presidente del Teatro Stabile di Catania, è autore di saggistica e di narrativa. Il suo godibilissimo romanzo Le uova del drago è stato finalista al Campiello. Il suo prestigio è tale che la sua nomina non ha destato alcuna opposizione, pur in una Biennale d’Arte certo non dominata dalla destra e che include anche la Mostra del Cinema, ambiente notoriamente dominato dalla sinistra del red carpet.   

Il ricatto UE per il padiglione russo

Poi la crisi: in vista della prossima Biennale d’Arte, Buttafuoco apre le porte, in nome dell’universalità dell’arte, anche al padiglione della Russia, che tra l’altro esiste nel recinto della Biennale dal 1914 ed è di proprietà dello stato russo, che è sempre stato presente alla prestigiosa rassegna internazionale: con Stalin, prima e dopo la caduta del comunismo, con Putin. Subito sono partiti gli anatemi di Bruxelles: ben ventidue ministri degli esteri e della cultura europoidi più il sempre più invasato e stralunato Zelensky hanno vibratamente protestato in preda alla più bieca, urlata e scomposta russofobia: niente Russia altrimenti, è il loro amabile e democratico ricatto, via il finanziamento dell’Unione Europea di due milioni alla Biennale.

Il regime atlantista al potere a Roma, aizzato dalla frignante, aggressiva e minacciosa lobby ucraina, esige, con bieca faccia feroce, il totale boicottaggio della grande cultura russa. Lezioni su Dostoevskij vietate all’università, cantanti lirici, musicisti, direttori d’orchestra di fama internazionali cacciati dai nostri teatri. Gli ultimi casi: il concerto del direttore d’orchestra Valerij Gergiev, uno dei più grandi al mondo, vietato alla Reggia di Caserta; l’esibizione della ballerina Svetlana Zakharova, étoile del Bolshoi, cancellata dall’Auditorium di Roma. Solo perché russi.

Giuli è oggettivamente tragicomico

Chi si aspettava, almeno nel caso della Biennale, una prova di dignità dal ministro della Cultura italiano, di coraggio e di schienadrittismo, si è dovuto ricredere. Stiamo parlando di Alessandro Giuli, anche lui già militante del Fronte della Gioventù, poi nella destra extraparlamentare di Meridiano Zero, poi ripulitosi e purificatosi come giornalista e vicedirettore nell’ultra-liberal Foglio, autore di un libriccino, dalla prosa contorta e dal significativo titolo Gramsci è vivo, intriso di antifascismo, di mattarellismo, di esaltazione della Liberazione e della Costituzione in cui vaneggia di una destra “come vorrebbe lui”, una destra che non c’è.

Come in suo precedente e altrettanto velenoso scritto, Il passo delle oche, anche in Gramsci è vivo Giuli ci infligge il suo pensiero fisso, il leitmotiv monomaniaco della sua azione culturale: la destra si deve depurare dalle sue “scorie” neofasciste. Giuli, e il governo russofobo inchinatosi al diktat di Bruxelles e alle “inique sanzioni”, non vuole, alla faccia dell’autonomia e dell’indipendenza dell’arte, l’apertura del padiglione di Mosca. Ecco la richiesta di dimissioni di un consigliere, ecco le pressioni fortissime su Buttafuoco, ecco consiglieri giuridici all’opera per trovare un modo legale per impedire la libera espressione artistica.

Vedremo le Pussy Riots al Lido?

Siamo sullo stesso piano, in quanto a dignità politica e prima ancora umana, dell’attivista antirussa Nadia Tolokonnikova, militante delle Pussy riot (ve le ricordate? Le puttanelle anticristiane che andavano a seno nudo orinare sugli altari nelle cattedrali di Mosca e Parigi). Costei ha preannunciato, col suo gruppetto e in nome della democrazia e della libertà, manifestazioni contro l’apertura del padiglione russo. Non poteva mancare la protesta del ministro degli esteri lituano Kęstutis Budrys afflitto, al pari dei suoi compari degli altri microscopici paesi baltici, da acutissimo isterismo antirusso, che ha amabilmente definito “disgustosa” la decisione della Biennale. L’eleganza, la buona educazione e soprattutto il rispetto per il nostro Paese pare non siano di casa in quelle disgraziate contrade.

Così, alla presentazione ufficiale del Padiglione Centrale della Mostra, tenutosi recentissimamente, ecco il meschino dispetto di Giuli che ha volutamente disertato l’evento inviando il suo vice Capo Gabinetto, un signor nessuno. Però, con gran disdetta dei russofobi del pseudo-centrodestra, erano presenti, in pompa magna, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e il Presidente della Regione Veneto Alberto Stefani, che hanno rilasciato dichiarazioni a sostegno della scelta dell’apertura del padiglione russo. Anche l’ex governatore Zaia in un’intervista, dopo il rituale, inevitabile e obbligato sostegno all’Ucraina ha detto: “per quanto riguarda la Biennale, difendo la posizione del presidente Buttafuoco, una posizione contro le censure, visto e considerato che la Biennale è un’istituzione culturale a livello internazionale”.

L’assist di Cacciari, nientedimeno

Massimo Cacciari, notoriamente di sinistra, da filosofo, ma prima ancora da ex sindaco e quindi da ex vicepresidente per Statuto della Biennale di Venezia, ha preso le difese del presidente Pietrangelo Buttafuoco: “Sono completamente d’accordo con la decisione della Biennale e del presidente Buttafuoco di favorire la riapertura del Padiglione della Russia alla prossima Biennale d’Arte”. Persino Nicola Porro, giornalista ultra-liberale e certamente non un difensore della Russia, si è schierato con Buttafuoco, “la cui storia personale è di per sé manifesto di onestà intellettuale e rigore morale”, affermando: “Basta con gli attacchi a Buttafuoco. Perché è giusto dire no alla censura; le pressioni per escludere la Russia dalla mostra sono inaccettabili”.

Un aspetto assai interessante della vicenda è peraltro la posizione assunta da alcuni intellettuali che, se non vogliamo definire tutti “di destra”, li possiamo sicuramente considerare “non conformi” rispetto al regime vigente.

Veneziani la tocca piano

Marcello Veneziani, pur sempre moderato e felpato nei toni, non ostile, sia pure con alcune riserve, al governo Meloni, ha pubblicato su LaVerità un articolo assai fermo e severo, titolato Il ricatto dell’Unione europea per tenere la Biennale al guinzaglio.

Nell’articolo, Veneziani definisce quella di Buttafuoco “una scelta di puro buon senso e di sano realismo, in perfetta coerenza con la libertà e l’universalità dell’arte”.

E rivolgendosi alla canea russofoba, governativa e no, così prosegue:

“Ma come, vi va bene una Biennale profondamente antieuropea nei suoi messaggi, antioccidentale, terzomondista, animalista, transgender che accusa la civiltà europea di essere razzista, schiavista, omofoba e maschilista; ma non vi va bene una Biennale aperta a tutti che non prende posizione politica ma si presenta, in quanto luogo d’espressione dell’arte, come zona franca, spazio di tregua e di dialogo? Ma come, si deve essere inclusivi con migranti, queer e gay ma non con i popoli, le civiltà e le nazioni del mondo, indipendentemente dai loro governi e a prescindere da quel che ne pensiamo noi?”.

Marco Tarchi e la libertà di espressione culturale

Marco Tarchi, nel 1977 scelto dalla base del Fronte della Gioventù come Segretario ma bloccato da Almirante che sciaguratamente gli preferì Fini, professore fiorentino di Scienze politiche con un curriculum accademico di tutto rispetto a livello europeo, autore di decine di libri, creatore in Italia della Nuova Destra (lui preferisce chiamarla in altro modo), intervistato da Repubblica dichiara: “io sto con Buttafuoco”.

E in un’altra intervista alla Stampa, ribadisce: “Volendo essere equilibrati, si potrebbe dire che ognuno dei due ha le proprie ragioni: Buttafuoco quelle legate alla libertà di espressione culturale, Giuli quelle connesse all’esercizio di una funzione che dipende dalle scelte politiche del governo. Ma non voglio essere ipocrita: dal mio punto di vista, le prime prevalgono nettamente sulle seconde”.

E sull’ira dei ministri UE, che, tra l’altro, si sono intromessi arrogantemente in una vicenda interna italiana: “l’ennesimo segnale di un accanimento insensato e controproducente dell’Ue contro la Russia che, invece di favorire la chiusura di un conflitto fratricida, rischia di renderne impossibile la cicatrizzazione anche nei prossimi decenni”.

L’intellettuale fiorentino riprende il tema anche nell’ultimo numero della sua rivista, Diorama: “Biennale. Giuli sbaglia”. Una posizione importante, questa, perché Tarchi, tra l’altro, non è mai stato tenero con gli “intellettuali d’area”, ammesso che Buttafuoco lo sia.

Anche Franco Cardini striglia Giuli

Altrettanto netta è l’opinione dello storico Franco Cardini, anche lui fiorentino, ben conosciuto come uno dei più grandi studiosi del Medio Evo, da sempre pensatore e autore controcorrente, ex dirigente del MSI, ex militante nella Jeune Europe di Jean Thiriart: “È plausibile che in un luogo con una dignità, un valore e un peso come la Biennale si possa far tacere una voce come quella della Russia?” E sul diritto di Giuli di intervenire sulla presenza della Russia alla Biennale: “Non vedo quali siano i presupposti giuridici o procedurali sulla base dei quali il ministro potrebbe intervenire”. E ancora: “Qui è in ballo la libertà e la legittimità di esprimere cultura”. Infine: “E questo si trasformerà in una sconfitta per il governo in qualunque modo andrà a finire”.

Anche Valle non ha dubbi

Ancora più decisa è l’opinione di Marco Valle, ex militante del FdG di Trieste come Almerigo Gritz, poi nel Fronte di Milano, storico, giornalista, viaggiatore, autore, tra gli altri, di bei libri sui navigatori ed esploratori italiani (qualche titolo recente: Viaggiatori straordinari del 2024 e Andavano per mare del 2025).

Valle così si rivolge direttamente a Buttafuoco:

“Complimenti Pietrangelo, hai avuto coraggio – di questi tempi una merce rara – e voglia, desiderio di libertà intellettuale. Capacità di pensiero e riflessione. Una merce ancor più rara, anzi quasi introvabile in questo clima asfittico, claustrofobico, orwelliano. Dare alla Russia una piccola vetrina alla Biennale di Venezia, da sempre città d’incontri, mescolanze, idee, è un atto forte, è una provocazione intellettuale ma, ancor di più, è il segno che almeno una piccola parte – molto piccola ormai – di una generazione di ribelli, quei ragazzi del FdG degli anni Settanta-Ottanta non si è rassegnata, anzi ancora pensa, riflette, s’interroga. Pensa e sceglie. Ieri come oggi. E non si piega. Ai ministri smemorati (camerata Giuli, do you remember, Meridiano Zero etc…), ai guerrafondai d’ogni colore e latitudine, agli idioti che dalle Tv ai social ci affliggono con la loro ignoranza, con la loro ottusità, con la loro pavidità. Alle pesanti pressioni di interessi opachi e (vedi i cessi d’oro di Kiev) assai maleodoranti. Complimenti Pietrangelo, hai dato una lezione di stile al piccolo mondo antico destrista e, soprattutto, ai tanti e troppi che da ogni dove c’impongono le loro verità a senso unico”.   

Non abbiamo alcun timore ad affermare che ci ritroviamo incondizionatamente nelle sue parole.

Prima dell’apertura sono ancora possibili dei colpi di scena

Non sappiamo come si evolverà la vicenda. La Biennale aprirà il 9 maggio, con una pre-apertura il 6. Ci sarà un colpo di mano (un commissariamento?) del governo inginocchiato di fronte al dittatore Zelensky e alla von der Leyen?

Troverà un escamotage per impedire ai russi di aprire il padiglione? Abbozzerà protestando la sua fedeltà atlantica, la sempiterna, immarcescibile solidarietà all’Ucraina e la condanna senza appello della cosiddetta, presunta “aggressione” della Russia?

Una cosa è certa: questi fatti hanno dimostrato che, oltre a esserci una crescente frattura tra Fratelli d’Italia e il suo elettorato, sempre più deluso e disilluso per le promesse mancate, come sull’immigrazione, nonché per le sue posizioni internazionali, ultra-atlantiste, russofobe e filo-sioniste – e la crescita costante del movimento di Vannacci nei sondaggi lo conferma – si sta manifestando anche uno scollamento tra il partito della Meloni e diversi intellettuali (oltre ai nomi qui sopra, ne avremmo potuti citare anche altri) che potremmo definire pregiudicamene non ostili a Fratelli d’Italia ma che disapprovano, con voce sempre più alta, le incoerenze di questo partito rispetto alle sue radici, alla sua storia e alle sue promesse. 

E tutto ciò, direbbe Giovannino Guareschi, è bello e istruttivo.

Antonio de Felip 

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