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La sinistra maledizione delle metropoli

de Felip Antonio di de Felip Antonio
15/04/2026
in Notizia del giorno, Politica
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La sinistra maledizione delle metropoli
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Benito Mussolini non amava le grandi città. Le sue “città di fondazione”, come Littoria, dovevano essere dei grossi borghi ben costruiti, ben organizzati e con ottimi servizi, ma non c’era ovviamente nessuna intenzione di farne delle metropoli. Sia per la sua provenienza sociale, sia per un sentire implicito, sia per motivi sociologici, prima ancora che ideologici, è ben nota l’avversione di Mussolini alla metropoli e alla “civiltà urbana”.

Con un discorso alla Camera del 1927 avviò la lotta contro l’urbanizzazione di massa e, in un altro discorso del 1934, il Duce si scagliò di nuovo contro il “nefasto urbanesimo”, responsabile anche di non contribuire alla crescita demografica. Una delle correnti culturali, politiche e artistiche più interessanti del Fascismo, lo Strapaese di Maccari, Soffici, Rosai difese con toni spesso intransigenti l’Italia rurale, la provincia, i borghi piccoli e medi contro la “metropoli cosmopolita”. D’altronde, questo sentire accomunava molti pensatori della Destra europea. Basti pensare a Oswald Spengler che contrapponeva la salute sociale della provincia alla degenerazione antropologica delle grandi città prendendosela con “l’abitante parassitico della città, senza tradizione, dichiaratamente materialista, ateo, infruttuoso”. O al “ruralismo” e alla difesa della famiglia contadina di Richard Walther Darré. 

Ci suonava piacevolmente provocatorio iniziare con queste citazioni “non conformi” una riflessione sulle cause, in parte ben intuibili, ma comunque da analizzare e sistematizzare, del tema del titolo: perché praticamente in tutte le grandi e grandissime città del cosiddetto Occidente i cittadini scelgono di essere amministrati da politici di partiti di sinistra se non di estrema sinistra? Londra, Parigi, Lione, Marsiglia, Barcellona, Bruxelles, Vienna, Monaco di Baviera, Francoforte, Roma, Milano, Torino; al di là dell’oceano New York, Washington, San Francisco, Los Angeles.

Le “rosse” Bologna e Firenze, città che grandissime non sono, possono essere spiegate con la ferrea presa sociale a livello regionale del “deep state” progressista: partiti post-comunisti o presunti tali, sindacati rossi, ARCI in tutte le sue declinazioni culturali, sportive, ecologiste, ludiche, persino gastronomiche, le dominanti cooperative rosse, la rete delle mitiche “Case del Popolo”, o come le hanno variamente ridenominate, la fittissima rete di associazioni parapolitiche di sinistra eccetera. Ma si può citare anche il caso di Monaco di Baviera, città in mano da decenni ai socialdemocratici incastonata in un Land tra i più conservatori e tradizionalisti, da sempre dominio della CSU, sorella bavarese della CDU ma fino a qualche tempo fa ben più destra, anche se oggi è omologata su posizioni europeiste e centriste.  

Un caso di scuola è Londra, da anni governata da Sadiq Aman Khan, immigrato pachistano di seconda generazione, proveniente dall’estrema sinistra dei laburisti, avvocato specializzato in cause contro la polizia, contro la libertà d’impresa e contro la cosiddetta “discriminazione”, che ha chiesto che la polizia non arresti gli spacciatori immigrati. Ecologista fanatico, vorrebbe abolire il traffico privato a Londra, con i cittadini costretti a utilizzare mezzi pubblici o biciclette: la capitale inglese è ormai una enorme ZTL, dove si paga, a seconda dei casi, ben 18 o 21 sterline come pizzo giornaliero solo per accedere. E il suo, di Sadiq Khan, è odio per il mezzo privato in quanto privato, considerato che ha recentemente eliminato ogni facilitazione per le auto elettriche.

Ormai a Londra l’ordine pubblico non è praticamente più garantito: è scontro aperto fra i commercianti e il sindaco sulla sicurezza nelle strade a fronte degli allarmi su gang giovanili di immigrati e impennata di scippi e furti nei negozi: recentissimi video hanno ripreso raid di massa di ragazzini, i nostri “maranza”, nel cuore turistico della città, fra avventori e visitatori costretti a cercare rifugio all’interno di grandi magazzini. Ovviamente l’amministrazione Khan, oltre a combattere la mobilità personale, è impegnata in tutte le altre politiche tipiche della sinistra: un oppressivo wokismo culturale, in ciò in linea con il liberticida governo inglese che porta in tribunale chiunque osi scrivere post o commenti negativi contro l’immigrazione o proibisce la preghiera (anche solo mentale) nelle adiacenze degli abortifici; un welfare generosissimo soprattutto a favore degli immigrati, persecuzione fiscale del ceto medio e benestante, finanziamento di tutte le iniziative dell’ultrasinistra.

In compenso, l’amministrazione londinese comprime con ferocia la libertà di parola e di manifestazione se esercitata dalla destra: a gennaio una manifestazione dell’Ukip, partito nazionalista, è stata vietata. Avrebbe dovuto essere una “marcia cristiana” e anche per questo è stata proibita. Analoghi divieti erano stati imposti nel 2025 ad altre manifestazioni sovraniste. 

E’ un dato di fatto che, negli ultimi tempi, Londra ha cambiato volto: non è più una città inglese ed è persino a un passo dal cessare di essere una città bianca e cristiana. Dal censimento del 2021 è emerso che solo il 53,8% della popolazione è bianca. Ma se dal totale dei bianchi sottraiamo gli immigrati europei, risulta che i britannici veri costituiscono appena il 36,8% della popolazione totale. Molte periferie sono enclave musulmane, proibite ai cristiani e alla polizia, come in altre città europee. Anche Milano è su questa strada.

La causa di questo degrado? L’ha ben individuata, con la consueta brutale franchezza, il presidente Trump che, definendo Sadiq Khan “un disastro”, ha spiegato che: “sono arrivate così tante persone immigrate che ora votano per lui”. Ovviamente, anche se sono probabilmente la causa principale, non sono solo gli immigrati, con le loro aggressive richieste di un welfare sempre più parassitario e la loro propensione ai delitti di strada, gli unici responsabili del declino di Londra.

Ormai si è stabilita una vasta alleanza tra gli immigrati, a cui un generoso sistema elettorale concede il diritto di voto, e ampie fasce di una classe media scolarizzata appartenente alle professioni intellettuali: insegnanti di tutti i livelli, burocrati incistati nel Deep State, ceto impiegatizio sindacalizzato (ormai la residua classe operaia vota ovunque in occidente a destra); poi giovani indottrinati con idee di ultrasinistra, antirazziste e wokiste dalle scuole e dalle università, radical-chic dei quartieri alti, persino operatori finanziari della City.

Ovviamente l’abisso antropologico e politico in cui è caduta Londra, così come altre città britanniche come Birmingham, non piace per nulla a molti inglesi, sempre più delusi della capitale. Scrive la scrittrice e regista Laura Dodsworth: “Ho perso da tempo la fiducia che la nostra capitale rappresenti l’eccellenza. I trasporti pubblici sono costosi e sempre più inaffidabili. Le ripetute rassicurazioni sulla sicurezza sembrano slegate dall’esperienza quotidiana. Alcune strade sembrano ghetti del terzo mondo. Sadiq Khan si è vantato che uno dei grandi punti di forza di Londra è che nella capitale si parlano trecento lingue, ma questo non lo considero un pregio. Non voglio vivere in una moderna Torre di Babele.” Sono moltissimi, la maggioranza dei britannici, a pensarla così.      

Un caso europeo, analogo a Londra, ma potremmo citare Francoforte, Vienna, Parigi e le altre città che abbiamo già elencato, è la capitale dei nostri dittatori della sciagurata Unione Europea: Bruxelles, una delle città più islamizzate del continente. Secondo statistiche ufficiali, il 61% della popolazione di Bruxelles non è di origine europea e solo il 23% è composto da veri belgi. Il Partito Socialista è pesantemente infiltrato, condizionato se non dominato da esponenti delle comunità turche e arabe. Un partito ancora più a sinistra, marxista-leninista, il Partito dei Lavoratori del Belgio, dispone di una forte base elettorale musulmana.

Già, perché gli immigrati, soprattutto quelli islamici, nel momento in cui ottengono il diritto di voto, e in molti paesi questo avviene abbastanza presto, hanno la forte tendenza a votare per i partiti di sinistra e di estrema sinistra. Non è una intuitiva ma ben evidente argomentazione dei reazionari sovranisti: è il risultato, illustrato da Matteo Carnieletto su LaVerità, di un report scientifico pubblicato da New direction e Empowerment Europe, titolato Islamizzazione e l’ascesa delle società parallele, tra l’altro presentato recentemente alla Camera dei Deputati, che cita il caso della Francia, dove il 69% degli immigrati islamici ha votato per la sinistra estrema di Jean Luc Melenchon. E più vicino a noi, come luogo e come tempo, ricordiamoci che al referendum sulla giustizia la comunità islamica si è compattamente schierata per il no. 

Un caso di scuola di questa nefasta congiunzione tra immigrati e sinistra intellettuale e radical-chic è plasticamente rappresentato dalla figura di Zohran Kwame Mamdami, il nuovo sindaco di New York. Figlio di un professore indiano e marxista della Columbia University e di una regista di Hollywood, anche lei di origine indiana, alla sua famiglia viene accreditato un patrimonio tra i due e i dieci milioni di dollari. Mamdami, che è musulmano, ha ricevuto una costosissima educazione nei college e nelle università dell’élite. Politicamente, proviene della sinistra del Partito Democratico, quella di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Non ha timore di definirsi “socialista”, quando in gran parte degli Stati Uniti questa definizione viene considerata un insulto.

Anche a New York ha prevalso l’alleanza tra un lato di immigrati e votanti di colore, timorosi di perdere i loro privilegi assistenzialistici del generosissimo welfare di quella città e che vogliono imporre una crescente tolleranza poliziesca e giudiziaria verso i crimini di strada da loro egemonizzati, e dall’altro il ceto medio ultra-progressista rappresentato, anche a New York, dai dipendenti comunali e statali sindacalizzati, dagli insegnanti e dai docenti di tutti i livelli, dagli asili fino alle università, e dal vasto mondo dei media. E, ovviamente, da tutte le tribù dei radical-chic. Tutti questi soggetti sono sottoposti, anche in USA, a un’egemonia culturale della sinistra che ormai affligge tutto l’Occidente, fatta di cancel culture, antirazzismo dei quartieri alti, minacciosi deliri terroristici antifa.

Tuttavia l’elezione di Mamdami, e soprattutto le sue promesse di aumentare le tasse ai ricchi (già tra le più elevate d’America) per pagare un welfare ancora più generoso (l’assistenza a ogni singolo senzatetto costa alle casse comunali 81.000 dollari annui, quando il reddito mediano di una famiglia in USA è più o meno lo stesso), ha destato l’allarme di molti benestanti che si sono affrettati a togliere il disturbo dirigendosi verso lidi fiscalmente meno oppressivi, come la Florida o il Texas. Già le casse della città risentono di questa “votazione con i piedi”. Patetici gli appelli di Mamdami ai “miliardari di sinistra” affinché convincano i loro “colleghi di destra” esuli a ritornare nella Grande Mela “per finanziare il welfare”.

La spaccatura politica tra grandi città versus località medio-piccole e rurali è sempre più evidente, sia in Europa che negli USA. In questi ultimi è stato calcolato che alle ultime presidenziali del 2024 se si fosse votato solo nelle cinque città più popolose: New York, Los Angeles, Chicago, Houston e Phoenix, Kamala Harris avrebbe vinto con oltre il 60% dei voti. Ha ricevuto l’80% dei consensi a San Francisco. Nella capitale Washington, popolata quasi esclusivamente da dipendenti del Deep State e della burocrazia federale – spesso totalmente inutili, come i tagli di Musk hanno dimostrato – i consensi alla candidata Dem sono stati del 90%.

E’ la dimostrazione come la casta burocratica, in USA come nella Ue di Bruxelles e in molti paesi dell’Unione, si schieri a sinistra per un evidente interesse alla conservazione del potere statalista con un interventismo socialista mentre, per la componente più intellettualizzata come docenti e professionisti dei media e della cultura, è da considerare la cappa dell’egemonia culturale progressista imposta da decenni.

Quindi questo blocco sociale, immigrati con diritto di voto, minoranze etniche, ceto medio progressista, burocrati favorevoli a politiche stataliste, radical-chic dei quartieri alti, intellettuali di vario genere radicalizzati a sinistra, (“l’hegelismo straccione del progressismo dei quartieri alti” lo ha felicemente definito Stenio Solinas), per sua natura ben più forte nelle grandi e grandissime città, consente al variegato mondo politico progressista una ferrea presa sul potere, usando come braccio armato nelle piazze un “antagonismo” di varia natura rumoroso, arrogante, spesso violento.

La storica presa della sinistra sui media di ogni tipo (quotidiani, riviste, televisioni) e sul mondo della cultura (scuole, università, case editrici) consentono il possesso di un potere che è culturale e sociale, prima ancora che politico. Ed è verificabile come questo blocco sociale sia meno compatto e con un potere culturale meno oppressivo nei centri minori. Scrive Giulio Meotti nel suo recente saggio Titanic Europa: “Oggi il corso dell’Europa è determinato da città i cui interessi sono contrari a quelli delle nazioni in cui si trovano su questioni di immigrazione e sovranità, una sorta di conflitto tra le città principali e il resto del Paese”. L’ennesima conferma ce l’ha fornita il recente referendum sulla giustizia, dove la vittoria dei no è stata più netta nelle grandi città.    

Certo per questo fenomeno ci sono anche cause psico-sociali più profonde da considerare: per sua natura la megalopoli induce all’individualismo, alla rottura dei legami familiari e sociali, alla perdita del senso delle radici etniche, storiche, culturali e alla loro negazione, a uno straniante cosmopolitismo, al meticciamento e alla multirazzialità, al parassitismo sociale, al conformismo indotto dallo potere progressista, all’accettazione di disvalori etici fino ai gay-pride e al genderismo, al permessivismo di ogni genere, all’irreligiosità diffusa. La megalopoli è quanto di più anti-comunitario e anti-identitario si possa immaginare.

Al contrario, la vita nei borghi e nelle realtà rurali rimane ancora, almeno in parte, maggiormente legata ai valori tradizionali, alla famiglia, spesso allargata, a una visione religiosa, talvolta implicita, della vita. 

Ci rimane, in chiusura, una melanconica osservazione: le Destre tutte, anche a livello internazionale, non sono riuscite a elaborare un’analisi approfondita e consapevole dell’egemonia progressista nei contesti socio-culturali mega-urbani e, soprattutto, sono state altrettanto incapaci di costruire una strategia di contro-egemonia, che deve essere innanzi tutto di riconquista rivolta all’educazione, ai media, alla produzione culturale, all’entertainment. Una strategia che non può che essere di vasta portata e di lunga durata. A fronte della previsione di molti analisti, riguardo a un crescente accentramento della popolazione in alienanti megalopoli, questa miopia potrebbe costarle un prezzo ancora più alto di quello che già sta pagando.

Antonio de Felip

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