Mentre il panorama politico italiano si trascina verso l’ennesimo tentativo di ricomposizione, l’osservatore non può che provare un senso di profonda déjà-vu. Più che a un’alternativa di governo, assistiamo alla parodia involontaria del capolavoro di Monicelli: un’Armata Brancaleone priva però del carisma cialtrone ma eroico di un Vittorio Gassman. Al suo posto, una sgangherata compagnia di ventura dove l’unico obiettivo sembra essere quello di non cadere dal ronzino prima di aver incassato il prossimo gettone di presenza.
In prima fila, con il fazzoletto nel taschino perfettamente piegato e l’aria di chi ha appena scoperto un nuovo bonus per ristrutturare il castello di Norcia, svetta Giuseppe Conte. Il sedicente “Avvocato del Popolo” è passato con la disinvoltura di un trasformista d’altri tempi dal sovranismo in salsa leghista al progressismo spinto, lasciando dietro di sé una scia di macerie contabili che peseranno sulle generazioni a venire.
Dal Superbonus 110%, trasformato in un colossale bancomat per i ceti abbienti a spese della collettività, ai banchi a rotelle abbandonati nei magazzini come i resti di una battaglia mai combattuta, la sua gestione emergenziale ha ridotto il Parlamento a un ufficio timbri per DPCM. Oggi, tra un’accusa di ipocrisia internazionale e un ammiccamento ai trumpiani per restare a galla, Conte incarna l’essenza del trasformismo: un leader che predica la povertà col Reddito di Cittadinanza mentre accumula debiti pubblici con la voracità di un principe decadente.
Il Partito Democratico
Non meno smarrita appare Elly Schlein, che sembra affrontare la geopolitica mondiale con lo spirito di una studentessa fuori sede alle prese con il primo esame di relazioni internazionali. Nei suoi discorsi alla Camera, la complessità dei conflitti in Medio Oriente o in Ucraina viene ridotta a slogan poetici, quasi volesse fermare i carri armati con una palette di armocromia o mettendo fiori nei cannoni. Il suo silenzio sul riarmo, dettato dal timore di irritare l’alleato pentastellato, tradisce una mancanza di visione strategica che rende il PD una nave senza bussola, guidata da una capitana che parla di massimi sistemi mentre ignora i meccanismi basilari della politica nazionale.
In questo teatro dell’assurdo, spicca la figura di Silvia Salis, la “sindachessa” che sembra più a suo agio tra le boutique di lusso che tra i caruggi di una Genova che scivola nel degrado. Mentre si discute dei suoi outfit da migliaia di euro e della sua borsa Louis Vuitton, la realtà quotidiana della città racconta una storia diversa: quella di una sicurezza che evapora sotto i colpi di una microcriminalità sempre più aggressiva.
I dati parlano chiaro: le zone del centro storico sono ormai teatro di scontri per il controllo dello spaccio, con una presenza massiccia di bande legate alla criminalità nordafricana e senegalese che dettano legge tra furti e rapine. Eppure, la risposta della Salis sembra limitarsi a dj-set per la Generazione Z, ignorando le grida d’aiuto di chi vorrebbe semplicemente camminare per strada senza paura. La sua ostilità verso ogni proposta di legge sulla remigrazione suona quasi come un paradosso ideologico di fronte a una città che fatica a integrare e a proteggere i propri cittadini.
La banda del martello
A chiudere il cerchio delle omonime, ecco Ilaria Salis, passata dalle cronache giudiziarie di Budapest agli scranni dorati di Bruxelles grazie a un’immunità che sa di beffa. La “banda del martello” trova così il suo riflesso istituzionale in un’europarlamentare che, tra ombre di parentopoli e fughe strategiche, rappresenta l’ala più barricadiera e sconclusionata di questa sinistra. E sullo sfondo, come un fantasma che infesta un castello diroccato, si aggira Matteo Renzi: il principe bizantino della politica italiana, un morto vivente che manovra nell’ombra, capace solo di distruggere ciò che tocca nella speranza di ritagliarsi un ultimo briciolo di rilevanza.
Il risultato è un “campo largo” che somiglia più a un campo di battaglia dopo la ritirata, dove ognuno suona la propria tromba senza curarsi del ritmo degli altri. Un’armata che, priva di un condottiero e di una rotta, continua a marciare verso il nulla, tra scarpe di lusso, martelli ideologici e un buco di bilancio che è l’unico vero monumento lasciato ai posteri.
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