Quest’anno si svolgerà la 61ª Biennale di Venezia: la più grande esposizione d’arte del nostro Paese, nonché una delle più prestigiose al mondo. Ed è subito l’ennesima follia della politica nostrana, con il suo codazzo di cultura assoggettata e il carrozzone mal assortito dell’Unione Europea — un “apparato” che di unione ha ben poco, rivelandosi anzi divisivo, capzioso e colluso con i cosiddetti “poteri forti”.
La proposta di pacificazione di Buttafuoco
L’antefatto? Presto detto. Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha proposto che l’edizione di quest’anno diventi un grande momento di pacificazione mondiale, visti i numerosi conflitti in atto. Ha quindi aperto la partecipazione, tra gli altri, anche agli artisti russi; d’altronde la Russia, come molte altre nazioni, è da sempre detentrice di uno spazio fisico e culturale a Venezia dove i propri artisti possono esibirsi e vivere tutto l’anno, respirando la cultura di una delle Repubbliche più influenti dell’Europa che fu.
La levata di scudi ideologica
Ed ecco la levata di scudi del mondo culturale, alimentata da una certa stampa di chiaro indirizzo politico (Repubblica in primis). Settantatré tra artisti e curatori hanno scritto una lettera al presidente per chiedere l’esclusione di tutti i governi che — a detta loro — stanno attivamente commettendo crimini di guerra. Tra i firmatari figurano soprattutto tre dei cinque collaboratori della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa improvvisamente lo scorso maggio.
L’assenza di artisti italiani
Proprio a causa della scomparsa della curatrice, i 111 artisti di questa edizione sono rimasti quelli scelti personalmente da lei: tra questi non figura neppure un italiano. In verità, l’arte contemporanea nazionale sarà comunque rappresentata all’interno del “Padiglione Italia” (distaccato dall’esposizione principale) con una mostra di Chiara Camoni, in uno spazio gestito direttamente dal Ministero della Cultura.
Il ricatto dei fondi UE e la confusione dei piani
Come se non bastasse, si è giunti alla follia totale: ventidue ministri dell’Unione Europea, tra cui il ministro Giuli, avrebbero minacciato di tagliare i fondi europei alla cultura per l’invito rivolto ai russi. L’accusa è che tali artisti siano a rischio connivenza con Vladimir Putin, oggi additato come il nemico numero uno dell’Occidente. Si confonde così, pericolosamente, il piano politico con quello culturale, che dovrebbero restare indipendenti.
La deriva del pensiero unico
Insomma: la cultura è tale solo se “piace a noi” e se risponde a determinati canoni congeniali al sistema. Una deriva demenziale che la dice lunga sullo spazio di manovra del mondo intellettuale, sempre meno libero, sempre più politicizzato e asservito ai gruppi di potere che guidano le greggi di zombie popolanti il globo terracqueo.
Paola Ornaghi
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