Cari milanesi, preparate i cappotti di lana buona e rispolverate le vecchie candele della nonna, quelle rimaste in fondo al cassetto dai tempi dell’austerity degli anni ’70. Se pensavate che il massimo del brivido fosse il prezzo di un affitto in Gae Aulenti, non avete ancora dato un’occhiata alle stime del 2026. Grazie a un mix letale di cecità geopolitica e autolesionismo ideologico, la Lombardia si appresta a pagare un conto energetico da 28,8 miliardi di euro. Un balzo del 22% che trasformerà la “locomotiva d’Italia” in un vagone a carbone, fermo in banchina a guardare gli altri che passano.
Il copione è sempre lo stesso, scritto tra i corridoi asettici di Bruxelles e recitato con enfasi dai nostri europeisti in servizio permanente effettivo. Siamo passati in un amen dal “lavoreremo un giorno di meno” al “pagheremo il triplo per scaldarci un’ora di meno”. Il Centro studi Sintesi per Cna Lombardia parla chiaro: il gas è fuori controllo, con rincari del 28% che colpiranno indistintamente il salotto buono di Milano e il capannone della Brianza.
Ma come ci siamo arrivati? Semplice. È il trionfo della politica del “no a tutto” e della sudditanza psicologica. Abbiamo deciso che la sovranità energetica era un concetto demodé, preferendo legarci mani e piedi a logiche d’oltreoceano e a sanzioni che, alla prova dei fatti, hanno punito più il fatturato di una PMI di Treviglio che le mire dei grandi attori mondiali. Mentre a Est e a Ovest si giocano partite a scacchi sulla nostra pelle, noi restiamo lì, a fare i conti con una politica green talmente ottusa da risultare masochista, rifiutando il nucleare per ideologia mentre compriamo energia prodotta col nucleare (degli altri) a prezzi di usura.
Milano, ovviamente, è la vittima sacrificale d’eccellenza. La città che corre, che produce, che splende di LED, si ritrova a essere la più bastonata, con oltre 735 milioni di rincari previsti solo per l’area metropolitana. È il prezzo della subalternità. Siamo la periferia di un impero che non ci tutela, succubi di scelte prese a Washington o a Tel Aviv, eseguite con zelo da una classe dirigente che a Roma e a Bruxelles sembra aver dimenticato dove sta di casa l’interesse nazionale.
La soluzione sarebbe una sola: smetterla di fare i vassalli per interposta persona e riprendersi la dignità politica. Significherebbe pretendere una vera sovranità, sganciarsi da conflitti che non ci appartengono e tornare a fare gli interessi di chi le tasse le paga qui, non in Pennsylvania. Invece, i nostri palazzi del potere restano allineati e coperti, pronti a spiegarci che dobbiamo sacrificarci per un “bene superiore” che, guarda caso, finisce sempre per svuotare le tasche dei soliti noti.
Nel 2026, mentre le bollette galoppano verso i 29 miliardi, potremo finalmente vantarci di essere i più “allineati” d’Europa. Al freddo, certo, con le industrie ferme e le famiglie al verde, ma con la coscienza pulitissima di chi ha obbedito fino all’ultimo ordine. Complimenti a tutti: il suicidio assistito della manifattura lombarda è ufficialmente iniziato.
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