Secondo il Financial Times, la Volkswagen sarebbe sul punto di convertire il suo impianto di Osnabrück da fabbrica di auto a fabbrica di sistemi per missili. Per quello stabilimento, al momento, non sono previsti piani industriali, dopo l’abbandono del modello T-Roc cabriolet.
Trattative erano state portate avanti con il gruppo tedesco Rheinmetall, colosso del settore degli armamenti, ma non si sono concretizzate in un accordo. Al momento la Casa automobilistica ha avviato un confronto con la Rafael Advanced Defense System, società controllata dallo Stato di Israele e artefice, tra le altre cose, del sistema anti-missile Iron Dome.
La possibile collaborazione conterebbe sul benestare del governo di Berlino, diventando “l’esempio più eclatante finora di come l’industria automobilistica tedesca i cui profitti sono crollati per via della crescente concorrenza cinese e della lenta transizione verso i veicoli elettrici, stia cercando partnership con il settore difesa”, come rileva sempre il Financial Times. Bene se si riusciranno a salvare lo stabilimento di Osnabrück e i suoi circa 2300 posti di lavoro.
L’agonia dell’automotive europeo
Tuttavia non può sfuggire, come abbiamo scritto da queste pagine (qui e qui), il fatto che, ormai da tempo, sia in atto un processo, non si sa quanto spontaneo, che, da un lato sta portando ad un’agonia neanche troppo lenta dell’auto europea, e dall’altro sta convertendo una grossa fetta del comparto industriale verso il settore bellico. Questo va di pari passo con il moltiplicarsi dei conflitti, soprattutto nel Vicino e Medio Oriente, che ha fatto schizzare verso l’alto la richiesta di armamenti sempre più sofisticati.
In questo quadro drammatico si inserisce e si spiega il piano Rearm Europe, 800 miliardi di euro da destinare alla difesa, annunciato circa un anno fa da Ursula Von der Leyen e motivato dal fatto che i paesi della UE sarebbero minacciati. Sulla reale consistenza e sulle origini di queste presunte minacce la presidentissima ha preferito non dilungarsi (d’altra parte il fantasma dell’espansionismo russo viene agitato compulsivamente), ma la tendenza è ormai piuttosto chiara: meno automobili, più missili, più guerre.
Guadagni faraonici per i mercanti di armi, nazioni impoverite, catastrofi umanitarie. La memoria va al film del 1974 “Finché c’è guerra c’è speranza”, magistralmente interpretato e diretto da Alberto Sordi. Nella scena conclusiva, i figli e la moglie del protagonista, un commerciante di armi, mostrano disprezzo per il cinico lavoro del capofamiglia. Ma, messi di fronte all’alternativa di ridurre il proprio elevato tenore di vita, accettano di buon grado il mantenimento dello status quo.
Davvero non vorremmo trovarci di fronte ad una scena simile, con la Von der Leyen nel ruolo di protagonista al posto di Sordi. Purtroppo, non sarebbe un film.
Raffaele Amato
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